Carlotta Aschieri e l’annessione di Verona al regno d’Italia
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Verona, via Mazzini
Una testimonianza dei fatti accaduti a Verona il 6 ottobre 1866 è contenuta in una lettera che Maria Anna De Stefani spedisce alla nonna Maria Gradenigo Bizio a Venezia.
Venne scritta sei giorni dopo quei fatti, il 12 ottobre 1866, quando Verona non era ancora italiana.
Carissima Nonna!
…
La faccenda un po’ seria l’avrà udita già raccontare, nondimeno voglio fargliene il ragguaglio.
La Guardia Nazionale faceva la sua prima comparsa e per tutto risuonavano i più clamorosi evviva. Uscita che fu e divisa in più parti a far guardia la folla anch’essa si disperse, e molta di questa si avviò verso la piazza Bra.
Passando per la Via Nuova gridarono unanime fuori la bandiera. I loro desideri furono subito paghi, e la festa proseguiva con ordine essendo stato permesso il farlo anche dal comandante Jacobo.
Giunti in Bra gli stessi gridi si fecero udire ed alcuni ufficiali ch’erano seduti al caffè fecero eco agli evviva.
Durante ciò un zelante ufficiale istriano sfoderò la spada e si diede a stracciare i biglietti, attaccati per tutto, con stampato: Vogliamo l’Italia Una e Vittorio Emmanuello per nostro Re costituzionale.
Poi diede più colpi sulla schiena alle persone a lui vicine, e veduti ben 12 Garibaldini che passeggiavano assieme andò loro incontro con la spada sguainata.
A quest’atto un d’essi tolta una sedia e voltosi al popolo, che un po’ intimorito si allontanava gridò: Veronesi vili o prodi! Ed alzata la sedia la diede su d’una tempia all’ufficiale insolente che sull’istante morì.
Allora fu un serra serra, da una parte s’adropavan le spade dall’altra si facevano volare e sassi e sedie.
La generale chiamata suonò e tutti i soldati uscirono dalla gran guardia. Il coraggio dei veronesi questa volta si mostrò, poiché, ad onta della quantità dei soldati, assalirono quattro volte gli austriaci e pare che quest’ultimi abbiano avuto la peggio.
Un tenente, due ufficiali e alcuni soldati semplici restarono morti e 15 ufficiali feriti, chi gravemente e chi leggermente.
Di civili restò uccisa una donna che rifuggitasi in un caffè fu sorpresa là entro, trapassata con la bajonetta e poi calpestata col calcio del fucile. Il marito per difenderla riportò molte ferite, ed anzi l’altr’jeri morì. Fu ferito ancora un Garibaldino e qualcun altro.
… Maria Anna
Interessante è la citazione di Carlotta Aschieri in un intervento di Vilfredo Federico Damaso Pareto (Parigi, 15 luglio 1848 – Céligny, 19 agosto 1923, ingegnere, economista e sociologo italiano) indirizzato a Di Ruddinì (Antonio Starabba marchese di Rudinì – Palermo, 6 aprile 1839 – Roma, 6 agosto 1908- è stato un politico e prefetto italiano. Fu più volte ministro e fu presidente del Consiglio dei ministri italiano nei periodi: 6 febbraio 1891 – 15 maggio 1892 e 10 marzo 1896 – 29 giugno 1898.
Il sociologo critica aspramente la Triplice alleanza, un patto militare difensivo stipulato il 20 maggio 1882 a Vienna dagli imperi di Germania e Austria-Ungheria e dal Regno d’Italia. Sedici anni dopo il 1866 il Regno d’Italia stringeva un patto con l’Impero Austroungarico. Fu voluto principalmente dall’Italia, desiderosa di rompere il suo isolamento e di contrastare la Francia.
La nuova alleanza causò l’inizio della guerra doganale con la Francia, che in quegli anni rappresentava il mercato principale dei prodotti italiani, grano, olio, olive.
I veneti furono i primi in Italia a scegliere la via dell’emigrazione: già negli anni ’70 dell’Ottocento. I braccianti agricoli, vista la situazione di crisi, rischiavano più di qualunque altra classe sociale di precipitare nella miseria. Emigravano per scappare dalla povertà. I bastimenti partivano da Genova con il loro carico di contadini destinati a Buenos Aires o San Paolo.
“Quale rispetto dei nostri usi” scrive Vilfredo Pareto “e dei nostri sentimenti è quello di una politica che impone l’alleanza coll’Austria, a condannare al carcere duro italiani, rei solo di amare la patria? Di una politica, dico, che ci ascrive a delitto sino il ricordo dei nostri martiri, che ci vieta di dire che furono orde barbare che trucidarono una donna incinta, Carlotta Aschieri?…”
Nella fotografia si vede la lapide posta a ricordo dell’uccisione di Carlotta Aschieri.

Lapide a ricordo di Carlotta Aschieri
Aprile 24th, 2012 at 11:29 pm
Carissimi amici di Verona Net,
sono un appassionato di storia specialmente il (Risorgimento Veronese), vi scrivo
da Anzio prov. di Roma, ho letta e stampata la lettera della nipote Anna Maria
alla nonna a Venezia che avete pubblicata sul vostro Sito Internet. Ho accolto
l’invito del sindaco di Castelnuovo del Garda ing. Maurizio Bernardi in data
15 corrente con l’occasione ho assistito, con vivo interesse alla cerimonia
commemorativa dell’eccidio di Castelnuovo dell’11 aprile 1848. Durante
la mia breve permanenza, di 9 gg., ho sentito il bisogno di recarmi presso il
comune di Verona sono stato ricevuto dal capo gabinetto del sindaco Dott. Marchesini
gli ho consegnata la lettera di Anna Maria al quale gli ho chiesto se il comune di Verona ,
come istituzione commemora i fatti di storici avvenuti il 6 ottobre 1866 relativi
all’episodio truce e doloroso della soppressione barbara dalla soldataglia austriaca
della giovane incinta Carlotta Aschieri nel caffè Zampi. La risposta del Dott. Marchesini
a Verona ci sono tantissimi lapide le commemoriamo tutte insieme. Ringrazio per la V/s C.A.
Resto in attesa di un vostro coretese riscontro.
Cordiali saluti.
Giuseppe Carusone
celestinocar@gmail.com
PS: Sono impossesso di fotografia inedita bianca e nera che si vede la tenda dove è
scritto CAFFE’ PANNATO e non Zampi.