Verona Tra scienza e mistero
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Formella del portale di San Zeno
Una viva descrizione del mondo ultraterreno fu data Giacomino da Verona (1255 – 1260 ca.) un poeta veronese. Era un francescano. Come tutti gli ecclesiastici conosceva la lingua latina, anche se utilizzava il dialetto veronese stretto per comunicare coi popolani in gran parte analfabeti. Con ogni probabilità si serviva dei poemetti da lui scritti (De Babilonia civitate infernali e il De Jerusalem celesti) durante le prediche o nelle funzioni religiose del sabato e della domenica. L’inferno, afferma, è una città di fuoco e rovi, con demoni orrendi, nel quale hanno luogo terribili torture e dove riecheggiano lamenti e urla strazianti.
Lì è li demonii
Cun li grandi bastoni
Ke ge speça li ossi,
le spalle e li galoni,
li quali è cento tanto plu nigri de carboni,
s’el no mento li diti
de li sancti sermoni.
Ci sono demoni con grandi bastoni che spezzano ai dannati ossa, spalle e femori e sono cento volte più neri del carbone, se non mentono le parole degli scritti sacri. (vv 97-100)
……
Ma poi ke l’omo è lì
E igi l’à en soa cura,
en un’aqua lo meto
k’è de sì gran fredura
ke un dì ge par un anno,
segundo la scriptura,
enanco k’eli el meta
en logo de calura.
E quand ell’è al caldo,
al fredo el voravo esro,
tanto ge aèare ‘l duro,
fer , forto et agresto,
dond el non è mi livro
per nexun tempo adeso
de planto e de grameça
e de gran pena apresso.
Staganto en quel tormento,
sovra ge ven un cogo,
çoè Balçabù,
de li peçor del logo,
ke lo meto a rostir,
com’un bel porco, al fogo
en un gran spe’ de fer
per farlo tosto cosro.
E po’ prendo aqua e sal e caluçen e vin
E fel e fort aseo
E tosego e venin
E sì ne faso un solso
Ke tant e bon e fin
Ca ognunca cristian
sì ‘n guardo el re Divin.
Quando l’uomo arriva ed essi l’hanno nelle proprie mani, lo mettono in un’acqua tanto fredda che un giorno sembra loro un anno, secondo la Scrittura, prima che li mettano nel luogo infuocato. E quando è caldo, vorrebbe essere al freddo, tanto sembra duro, feroce, forte e aspro, per cui non è mai libero in nessun momento dal pianto e dalla sofferenza e dalla grande pena.
Stando in quel tormento sopraggiunge un cuoco, cioè Belzebù, uno dei peggiori diavoli dell’inferno, che lo mette ad arrostire al fuoco, come un bel porco, infilato in un grande spiedo, per farlo cuocere in fretta. E poi prende acqua e sale e fuliggine e vino e fiele e forte aceto e veleno, facendone una salsa tanto buona e fine che ogni cristiano sia salvaguardato dal Re divino…
(vv 109-124)
Le pene cui sono condannati i peccatori sembrano create da chissà quali fantasie, ma si capisce subito che sono tratte dalla vita quotidiana.
In una vita di stenti e di fatiche, in cui scarseggiavano vestiti e cibo, e la fame era una delle cause di morte più frequenti. La sofferenza per il freddo in inverno era talvolta inaudita, come frequenti erano gli scoppi di incendi che portavano distruzione e morte. E molto spesso si assisteva a scene di bastonature inflitte ai contadini, Diventava perciò naturale e logico creare pene che rispecchiavano il modo di vivere di quei tempi.
A Verona il diavolo era di casa in quei tempi. Ad esempio, secondo alcuni, la vasca che si trovava nella piazza davanti la basilica di San Zeno (ora si trova all’interno della basilica dove un tempo si trovava il vecchio caroccio) sarebbe stata portata dal diavolo, per ordine di San Zeno. Lo confermerebbero i segni delle sue unghie (le scheggiature) presenti sulla vasca.
Lo testimonia anche una formella del portale bronzeo della Chiesa di San Zeno a Verona, dove è raffigurato un diavoletto che esce dalla bocca di un povero indiavolato.