Con il Fai alla Fabbrica della Dogana

filippiniSabato 27 e Domenica 28 marzo, dalle ore 10.00 alle 17.00, visite guidate alla Fabbrica della Dogana, via Dogana 2, nei pressi di Via Filippini.
Con gli Amici della Bicicletta di Verona, dopo la visita alla Fabbrica della Dogana, la biciclettata prosegue verso il Parco dell’Adige-sud per visitare la vecchia dogana nei pressi del Lazzaretto. Info Gabriella Formilli, cell. 328 4252531

Nell’anno 1746 terminava a Verona la costruzione della nuova dogana di terra, iniziata appena l’anno precedente e realizzata a tempo di record. Non rappresentò tuttavia un momento di festa ma l’inizio di una contesa che si sarebbe conclusa con una vittoria dal sapore amaro. Eccezionale era l’importanza dell’Adige, corso d’acqua navigabile quasi per intero. In seguito alla scoperta dell’America era una via di comunicazione privilegiata fra l’area mediterranea e le nascenti potenze commerciali, Inghilterra e Olanda. Verona, per la sua posizione privilegiata sulle rive del fiume, era diventata un punto d’accesso fondamentale.

Nel Quattrocento la città ospitava ben cinque dogane: quelle fluviali dell’Isolo (deputata allo smistamento del traffico in arrivo dalle regioni del Nord), del Ponte Navi (per il traffico in partenza dal territorio veneziano) e di Badia Polesine, nella bassa veronese (per il traffico di collegamento tra l’Adriatico e la Lombardia); quelle terrestri di Piazza Erbe (per tutte le merci in transito via terra) e del Mercato Vecchio (riservata al commercio della seta).

Non era sufficiente smistare e tassare le merci in transito, ma si doveva anche esercitare il controllo sanitario, visto il perenne incombere del pericolo della peste. A tale scopo esisteva una struttura specifica, denominata “Sborro”, che sorgeva sulla riva destra dell’Adige, in corrispondenza dell’odierno ex-macello. Qui le merci erano esaminate, disinfestate e, in caso di grave sospetto di contagio, tenute in quarantena.

Nel Seicento, in seguito all’aumentata importanza di Verona come porto commerciale, si rese necessaria la costruzione di un nuovo edificio. Alla sua realizzazione fu destinato un terreno nei pressi della basilica di San Fermo, acquistato dai padri dell’omonimo convento. Il Consiglio della città di Verona trasformò quella che doveva essere un’iniziativa di carattere puramente funzionale in un’operazione dal chiaro significato politico, un segnale di insofferenza alla dominazione veneziana.
Venezia aveva stabilito che gli edifici di carattere pubblico fossero costruiti con criteri di semplicità e praticità, escludendo «pompa e magnificenza». Il Consiglio Cittadino di Verona ignorò le disposizioni. Scelse tra i progetti presentati quello del conte Alessandro Pompei, che aveva proposto un edificio grandioso, nelle forme e anche nei costi.

La nuova fabbrica era composta da un vasto cortile rettangolare sul quale si affacciava un peristilio a doppio loggiato d’ordine tuscanico su tre lati e un grandioso colonnato d’ordine dorico sul lato opposto all’ingresso. Tanto era solenne quanto contrario alla funzionalità.
La ferocissima critica delle autorità veneziane
arrivò puntuale. In primo luogo fu ritenuta inopportuna la struttura dell’edificio. Assurda la disposizione su due piani, che rendeva difficoltoso lo stivaggio delle merci. Troppi piccoli ambienti e nessun grande magazzino significava inoltre una presa di possesso da parte dei privati di un edificio che nasceva come struttura pubblica. Inaccettabile l’esistenza di una cappella: inserita nel progetto, a detta dei veneziani, solo per permettere l’apertura domenicale della dogana e dare quindi vita a commerci illegali.
carnevale-attilaLe autorità veneziane furono urtate anche dall’iscrizione sulla fronte del grande portico «Extraneis mercibus tutius ac commodius reponendis distrahendisque civitas veronensis a solo fecit» che rivendicava la proprietà e il merito dell’edificazione, senza alludere al fatto che la fabbrica fosse pagata con denaro pubblico.
Al completamento dell’opera mancava ancora la costruzione di un approdo sul fiume. La nuova dogana d’acqua fu eretta quasi cinquant’anni dopo, nel 1792, quando il commercio fluviale atesino era ormai entrato in una crisi e la Repubblica di Venezia stava per scomparire dalla scena della storia.

Sono trascorsi ormai più di due secoli. Le dogane di terra e d’acqua sono ancora in piedi. La dogana di fiume è ora l’approdo dei colorati canoisti che navigano tra le onde dell’Adige. La dogana di terra, dopo un lungo restauro, ospita la sezione veronese della Soprintendenza ai beni artistici e storici, e il Laboratorio regionale di restauro.

Sabato 27 e domenica 28 marzo si può visitare la Fabbrica della Dogana dalle ore 10.00 alle 17.00 in occasione della XVIII edizione Giornata FAI (Fondo Ambiente Italiano).

Per informazioni sull’attività e le iniziative del Fondo per l’Ambiente Italiano visita il sito ufficiale www.fondoambiente.it A Verona Punto FAI: Libreria Rinascita – Corso Porta Borsari 32 – Verona

Nelle foto momenti del carnevale veronese Sbarco del Principe Reboano e della sua Corte nel porticciolo della Dogana. Si rinnova l’evento storico che vuole il Principe Reboano Dalle Carceri vittorioso conquistatore di nuove isole sotto la Repubblica di Venezia nel 1400. La Repubblica onorò e riconobbe al Principe tali vittorie e per suggellare il ritorno vittorioso a Verona si svolge ogni anno la tradizionale regata del Sabato Grasso, con approdo finale ai Filippini e conferimento al Principe della nomina di Signore dell’Adige. Allo sbarco fa seguito un corteo di maschere veronesi che sfilano dal Rione Filippinato a Piazza Bra.

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